lunedì 19 gennaio 2015

ODIO



  «È un tunnel», mi dice Ganesh. «Un tunnel senza fine, bello lungo, tutto nero, manco ‘na lampadina, ‘na candela, un mozzicone pure… è buio. In fondo, molto in fondo, la luce la vedi pure eh. Solo che più cammini più si allontana…»
  «A mio avviso il tunnel richiama l’immagine, ben presente in ognuno di noi, del canale cervicale ed il movimento del feto, cioè, l’uscita no? Avete presente?», annuisce Sigmund Freud.
  «Lascialo stare ‘sto depravato Elia, ‘scolta a me. Si chiama depressione e non c’entra un cazzo la madre, la famiglia e tutto il resto. È la disoccupazione, se non c’ha ‘n impiego è depresso. Pare logico no?»
  Ah! Compagni & Compagne! Sono passati quattro mesi da quando il nostro amico Simone ha perso il lavoro! Che bello vederlo mutare in una larva bioenergetica! Che bella cosa guardarlo morire ogni giorno di più proprio lì, sul divano dell’appartamento nostro…
  Eppure, Mangiatori di Formiche, il buon coinquilino ha provato a cercarlo un lavoro. Si è dato da fare, almeno all’inizio… ha inviato curriculum, ha girato, si è presentato ai colloqui… pensate, aveva pure la camicia. Stirata eh. E stirare, qui a casa, non è una cosa normale. Non è vero Ganesh? Diglielo tu.
  «Ma certo, ricapitolando. Si hanno informazioni su tutto, compreso il ferro da stiro. Mettetevi comodi bambini, andiamo a cominciare. Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano…»
  «Io io!», dice il Criceto.
  «Cosa?»
  «La so!»
  «Ma non abbiamo formulato una domanda…»
  «Eddai, falla!»
  «Okay. Quando è stato inventato il ferro da stiro?»
  «Nel 206 A. C.! E consisteva in un recipiente di bronzo destinato a contenere le braci incandescenti e provvisto di un manico di legno!»
  «Risposta esatta!», urla Mike Buongiorno.
  «Veramente Ganesh parlavo di Simone, fai un sunto per gli ignoranti».
  «Breve e conciso», bacchetta Maria Montessori.
  «Aho!», urlo, «E che è oggi?!? Stiamo quasi ad una pagina Cristo! Mica possiamo perdere tempo così! Un briciolo di maturità… devo scrivere una roba seria io, ecchecazzo».
  «Scusa Elia. Hai ragione. Un po’ di silenzio prego. Il nostro coinquilino, ignaro amico di tutti noi, lavorava in una cooperativa. Faceva i laboratori per i disabili. C’aveva di tutto, dagli psichiatrici agli autistici. Guadagnava sette euro l’ora, però, lasciatemelo dire, era contento. Poi a settembre i capi mangiabanane non gli rinnovano il contratto, ché c’è tutta ‘na storia di carenza di fondi e robe così. Simone rimane senza lavoro, come tanti del resto. Però, e c’è un però, il Presidente del Consiglio dice che la crisi è finita e che adesso i giovani ricominciano a lavorare».
  «Bisognerebbe festeggiare», dice Margaret Thatcher.
  «E questa da dove spunta?»
Simone ha trentatré anni ed è laureato, ha fatto il DAMS, cinema, e voleva diventare un grande regista. Se da piccolo il papà gli chiedeva, «Cosa vuoi fare da grande?», la risposta era senza dubbio, «I film». Simone stravedeva per i film e i genitori ogni sabato sera lo portavano al cinema. Adorava, il piccoletto, la sala buia, le poltrone scomode e quello schermo grande, grandissimo, che prendeva vita. Lui mangiava cinema. Anche da grande, se non va al cinema almeno una volta a settimana sta male. Il buon Simone, Amici & Amiche, è sempre stato uno scapestrato, però simpatico. All’università si è divertito tantissimo, con gli amici a far tardi ogni sera, a bere fino allo stremo e a fumare così tanto che i polmoni, ancora oggi, gemono. Però, c’è da dire, ha sempre lavorato. Studiava poco ma lavorava tanto. Da quando ha diciotto anni eh. No, forse pure diciassette. A Simone dipendere dai genitori non è mai piaciuto, anche se papà e mamma non se la passano male. Il padre è un professore di matematica, di quelli un po’ fuori di testa, ma con il posto fisso, che oggi, anche se fa così poco cool, è cosa abbastanza rara; la madre invece è una fisioterapista e c’ha pure lo studio da fisioterapista. Ma Simone, a meno che non stia morendo di fame, di chiedere soldi ai genitori non ne ha voglia. «Mica c’ho sedici anni», dice, «che mi faccio dare la paghetta?». Comunque lavora e, come tutti i giovani che lavorano (bisognerà quindi escludere una lunga fila di giovani che non lavorano quali…)
  «La posso fare io la lista? Ti preeego…», mi supplica il Criceto.
  «Okay».
LA BREVE LISTA DEI GIOVANI CHE NON LAVORANO FATTA DAL CRICETO:
- I pariolini;
- I figli dei politici
- I figli dei banchieri;
- I figli dei grandi spacciatori internazionali;
- I figli di Peppa Pig;
- I Mi-Pesa-Il-Culo-Sono-Comunista-Però-Papà-M’ha-Regalato-Casa-A-Piazza-Navona.
  «E così via».
Riprendiamo da più su, dicevamo:
…comunque lavora e, come tutti i giovani che lavorano, ci mette otto anni a finire il DAMS. Otto anni Cristo. Per finire il DAMS. Però capitelo, ha una vita, è pieno di donne, esce tutte le sere, va ai cortei, spesso parte, ogni tanto studia e, appunto, lavora. E poi, oh, vuole fare il regista lui, quindi gira tantissime cose e scrive pure tantissime cose, fa le sceneggiature e ogni tanto scarabocchia pure qualche raccontino.
  «Mica cazzi», dice Orson Welles.
C’ha il miraggio Simone e di lavorare con i disabili non ci pensa proprio. Così lo segue ‘sto sogno del cinema e quando si laurea, non contento, si iscrive al corso di sceneggiatura. Si fa un mazzo, il poveraccio, la mattina studia e la sera lavora; pensate, accetta addirittura di andare a fare il cameriere in un pub dalle otto di sera alle otto del mattino per trenta euro (a notte). Ma il nostro eroe, ta-dan, non demorde.
  Guardatelo!
Come corre da una parte all’altra! Senza fermarsi! Mai stanco!
  Una sera, pensate un po’, va anche a cena con un fratello sfigato di un regista famoso.
FRATELLO SFIGATO: Vuoi fare cinema.
SIMONE: Eh.
FRATELLO SFIGATO: Me lo porti l’ombrello?
SIMONE: Mica piove.
FRATELLO SFIGATO: Non ora, ma se ho caldo e se ti prendo come aiuto dell’aiuto dell’aiuto regista. Mi copri dal sole. Non lo sopporto. E mi porti pure un caffè. E mi pulisci il culo, solo ogni tanto però.
  Il problema di Simone sono gli ideali. È un idealista, crede nel mondo uguale, nel mondo diverso, nell’altro mondo e in tutte quelle storie dei mondi possibili. Andiamo d’accordo su questo, solo che lui picchia. Non con le mani eh, macché, con le parole, t’atterra con le lettere, l’amico mio.
  «Ma questa cosa, ahimè, non sempre gioca a suo favore», dice Ganesh.
E infatti. Simone non sa abbassarsi, non accetta le cose e si crogiola su questo. È infantile forse e al compromesso non ci arriva. E poi gli pesa il culo. Ah! Diciamocelo! In questo periodo ad esempio, con la scusa della depressione, non fa niente ed io devo sempre andare a fare la spesa. Comunque. Il ragazzo non accetta i compromessi e intanto cresce. Finisce a lavorare con i disabili quasi per caso e, nell’arco di pochissimo tempo, tutto il suo mondo cambia. Ebbene sì, Signori & Signore, ha trovato il suo lavoro. È felice. Dopo anni passati a fare i mestieri più disparati finalmente ha scoperto una cosa che gli piace veramente. Adora i pazzi, tutto qui. Ci sta bene, gli piace quel che dicono, quel che fanno, come lo fanno. A Simone, Fratelli & Sorelle, gli piace l’anarchia e gli psichiatrici sono il top del top dell’anarchia. Lui, letteralmente, si diverte. Anche se a volte torna a casa con i lividi o con i tagli o anche con i brutti pensieri il suo lavoro lo ama. Mi racconta le storie dei ragazzi, di quello che si masturba in camera schizzando sperma su tutte le pareti come una fontana aperta, di quell’altro che urla dentro l’autobus e tutti scappano, o di quello che ti lancia baci che ti sciolgono. Si diverte sì e vuole bene. Anche a lui gliene vogliono, perché è bravo. Simone non è al di sopra degli altri, agli utenti non li tratta mica da pazzi. «Hanno solo un modo di ragionare diverso», dice. Sa ascoltarli. Fa le gare con le carrozzine il coinquilino (se abitate a Roma e, a San Lorenzo, avete visto uno che correva trascinando una ragazza sulla sedia a rotelle mentre un gruppo di scoppiati dietro sgattaiolavano ululando, beh, quello è l’amico mio). Ascolta le storie delle famiglie, delle nonne lasciate da sole ad educare un ragazzo autistico che morde tutti, del padre che ha adottato la figlia in Russia e che, crescendo, ha scoperto essere disabile (la ragazzina, non il papà), della ragazza madre che mantiene il bimbetto down e fa tre lavori. Ascolta sì. Ogni tanto la sera, tornato dal lavoro, piange. Oh, lui non piange mai eh, non dite che ve l’ho detto, però ‘sto mestiere ti fa così. Ti porti appresso le storie, ti corrodono dentro. Lo sai che non c’è nessuno, che sei solo. Per la cooperativa l’importante è il denaro, non un progetto fatto bene, non un sostegno ai suoi lavoratori. Gli operatori tutti vengono mandati allo sbaraglio.
  «Fuori uno! Fuori due! Fuori tre!», urlano i marines del sociale.
L’importante, per il Presidente e per i suoi fidi scagnozzi, è mangiare bio. Se mangi bio stai bene, se mangi bio sei di sinistra.
  Gli operatori vengono lasciati soli e vivono il lavoro in solitudine. La ragazzina affidata ai servizi sociali non è un problema della cooperativa ma dell’operatore. L’autistica che si butta a terra e sbrana tutti quanti non è un problema della cooperativa ma dell’operatore.
  Sono tipo degli eroi. E prendono sette euro l’ora. Ma a nessuno gliene frega niente. Non importa ai municipi, ai comuni, allo Stato, alle cooperative; sono solo carne da macello. Come per la maggior parte dei lavori. Siamo tutti carne da macello. Simone è laureato in cinema e non lavora. Io sono laureato in scienze politiche e faccio l’impiegato. Diciamoci la verità, siamo una massa di laureati senza impiego. Siamo un paese di colti coglioni senza speranze. Abbiamo fatto le migliori scuole, letto i libri più belli e a cosa è servito? Siamo nulla e nulla rimaniamo; noi non viviamo, sopravviviamo. Le nostre lauree non vanno mai bene. Serve una laurea per ogni cosa.
  «Sì ma quella che avete è sempre sbagliata», ride Ganesh.
Simone oggi non può lavorare perché non ha un titolo adeguato. Ha fatto cinema quando doveva fare scienze dell’educazione. Ha preferito sognare ancora un po’, ché c’aveva diciotto anni, mica lo sapeva che il mondo gira storto e i sogni è difficile si realizzino. Dovrebbero dircelo cazzo, dovrebbero mettere un bel cartello giallo con una scritta nera: queste sono le facoltà che un pochino (ino ino) ti serviranno, queste quelle con cui non ci farai niente. E invece ti fanno sperare, ‘sti stronzi. Ti fanno credere. Poi cresci e i sogni mica li hai realizzati; così accetti tutto, ogni cosa, anche di fare l’impiegato timbra-pacchi come me. Oppure -magia- trovi il tuo mondo, assieme agli sciroccati della terra, gli vuoi bene a ‘sta marmaglia di fusi, ti piacciono gli spaccati e gli schizofrenici, stravedi per loro. Accetti di pulire il sedere alle persone e di sporcarti la mano di merda. Accetti tutto, ogni cosa. E presenti i progetti per la cooperativa. Simone l’anno scorso ha scritto una cosa su un laboratorio di orto da fare con i disabili, è andato al Municipio, ha parlato con l’assessore e il progetto è passato. Trenta euro per la cooperativa, sette per Simone. Ma non importa, va bene così. Non c’è problema, basta che mi fanno lavorare. Oggi Simone è senza soldi e quelli continuano a prendere il denaro con il progetto che ha scritto. È fantastico. Viviamo in un mondo all’incontrario. Siamo governati da una banda di stronzi e di sotto-stronzi. È tipo ‘na scala no? E prima di arrivare a noi, che stiamo nel gradino più basso, c’è tutta gente che se ne approfitta.
  La sera torniamo a casa, stanchi.
  E non abbiamo un lavoro.
  E non abbiamo speranze.
  E non abbiamo neanche grinta.
Perché se avessimo grinta, ‘sto sistema di sfruttamento, lo avremmo già sabotato. Invece rimaniamo fermi.
  La nostra è la generazione dell’attesa.
  Noi siamo bravissimi ad aspettare.
Intanto il mio coinquilino lo buttano sempre più giù. Gli tagliano le vene ogni volta, ogni giorno; lo umiliano con i sorrisi patinati, con le facce da ebeti, con le automobili di lusso. Lo umiliano e lo deridono. Simone accetta, accetta e cova rabbia. Abbassa la testa, perché noi abbassiamo sempre la testa, e si fa picchiare. Lo colpiscono ovunque ma soprattutto sul cranio, fin dentro al cervello. Gli spappolano le tempie, gli infilano le dita negli occhi, lo soffocano fino a che non rimane senza aria. Allora si accascia e stringe le gambe contro il torace. Ma a loro non importa, si accaniscono ancora. Ridono, quando invia il curriculum ,e dopo aver riso glielo accartocciano tutto, tutta ‘st’esperienza inutile, e glielo lanciano contro una due tre quattro cinque volte. A ripetizione. Senza pietà.
  Sì.
  Siete senza pietà cazzo.
  Dico proprio a voi, non c’avete cuore. Siete dei parassiti schifosi. Vi attaccate ai nostri corpi e ci succhiate anche l’anima. Ci svuotate. E poi, una volta che vi siete ben abbuffati, ci buttate via, come fossimo degli stracci. Ci volete infelici, lobotomizzati, ubbidienti. Ci date ordini, ci usate senza ritegno, stipulate contratti senza senso, ci licenziate e poi ci analizzate. Precarizzate le nostre vite, sempre sull’orlo del baratro, in bilico sulla fune.
  Ma fate attenzione.
Voi,
che vi ingozzate nei ristorantini di lusso,
che navigate in mare con lo yacht,
che parlate senza conoscere,
che mandate i vostri figli nelle scuole private,
che adottate i bambini a distanza e poi sfruttate il vostro dipendente,
che fate leggi sul lavoro,
che amministrate il denaro,
che vivete nei quartieri ricchi,
che spendete ventimila euro per la festa di compleanno,
che non avete senso del pudore,
fate attenzione.
Perché ad una certa la gente si stufa.
Simone si stufa, io mi stufo, noi tutti ci stufiamo.
  La rabbia è tanta, ce l’avete fatta crescere; coviamo rancore e odio e risentimento. Tutti quanti. Abbiamo quindici, venti, trenta, quaranta anni. Oggi accettiamo ma la corda si sta spezzando. Noi siamo gli sfruttati, i poveri, i precari, i disoccupati, i marginali. E siamo molti più di voi.
  Siete quattro gatti, noi siamo milioni.
Fate attenzione quindi, copritevi bene, nascondetevi sotto le coperte, correte da NaturaSì a far la spesa per l’ultima volta perché presto, io lo spero, verremo a togliervi tutto.
  Un po’ di tempo ancora.
  E vi prenderemo anche le scarpe.

  “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: ‘Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene’. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.
L’odio

lunedì 12 gennaio 2015

SALDI



  No no no.
  No no no!
I calzini cazzo! C’hanno tre buchi belli grossi uno sopra all’altro. E crescono pure… cioè, i buchi, tipo delle cose spaziali. L’ingordo buco nero del calzino…
Maledizione.
Ma-le-di-zio-ne!
  Ahi.
  «E guarda i pantaloni…»
 «Che è?»
  «Tutti rovinati!»
  «Lo vedo Ganesh, ma non so come fare…»
  «Sembri uno straccione».
  «E tu mia madre. Ecco».
Apro l’armadio.
  Ah, quanti ricordi! Ogni indumento ha una storia, pure i pedalini, anni e anni addosso ai miei piedi, chissà quante ne hanno viste, così tante robe da raccontare, chilometri e chilometri di camminate, in giro per i boschi, lungo le fabbriche abbandonate, sulle barricate… ohhh, ma guarda un po’ chi c’è… la bella felpa nera con cappuccio comprata in quinto liceo. Ricordo ancora l’emozione nell’indossarla la prima volta, guardato con ammirazione dalle amiche delle superiori, in piena fase Uomo-Vissuto… che mirabolanti avventure!
  Oh oh
  «Cosa?»
  «Non lo vedi?»
  «È piccolo sì».
  «Ma con un gran cuore!»
Dai (pochi) vestiti non stirati spunta il Tarlo.
  Da anni, nascosto nel Mondo di Sotto, il Tarlo cresceva nutrendosi di poche cose, sgranocchiando il più possibile quel che c’era da sgranocchiare. Chiuso al buio, con poca aria, viveva nell’attesa. Aspettava e intanto mangiava. Aspettava, aspettava e aspettava mentre il suo odio, irrimediabilmente, maturava, come una mela al sole…
TARLO: 早安
IO: ‘Cazzo ha detto?
GANESH: ‘Buongiorno’, ignorante…
IO: Conosci il cinese? Non è possibile…
GANESH: Sono un dio, mica ‘na roba qualunque.
IO: Ma così io non ci capisco niente.
GANESH: E che vuoi da me? La traduzione simultanea? Non c’hai il traduttore di Google? ‘Na app sul cellulare…
IO: Beh, magari, la traduzione dico, se me la fai…
GANESH [tradotto dal cinese]: Buongiorno signor Tarlo, ci mancava solo lei.
IO: Cos’è tutto ‘sto rispetto?
GANESH: Profonda stima per i tarli.
TARLO [tradotto dal cinese]: Vengo in pace e da molto molto lontano.  Mangiaboschi, elucubrando sulla situazione e più volte fantasticando sulla sua figura mi trovo costretto a rimproverarla. Amico mio, me lo lasci dire, non ha un sano guardaroba. Io ci vivo nel suo armadio e credo che, per un signorino a modo come lei, avere solo… un momento che elenco… ecco:
IL BREVE ELENCO DEL GUARDAROBA DI ELIA MANGIABOSCHI GETILMENTE ENUNCIATO DA TARLO
     L’armadio del Mangiaboschi vede la presenza, senza dubbio importante, di:
     - Due paia di mutande, gentilmente regalate dalla Madre (in ordine cronologico, mutande rosse e mutande con i disegnini dei trenini e delle carte da gioco);
      - Tre paia di calzini neri di cui due bucati;
             -   Due paia di blu jeans di cui uno macchiato irrimediabilmente con bomboletta spray rossa;
      - Dieci magliette a maniche corte con dieci disegni ritraenti, in ordine sparso: due sommozzatori annegati, una bicicletta che mangia sette automobili, un mostriciattollo senza senso, una scritta in arabo, una maglietta I ♥ MAJANA, tre casse da cui fuoriesce musica e farfalle, otto omini che escono da una gabbia, una guardia con il manganello bloccato da una mano decisa, un pinguino con una maschera antigas, un geco mutante;
     - Tre magliette a maniche lunghe Oviesse che puzzano dopo esattamente uno virgola due secondi dal loro utilizzo;
      - Due felpe con cappuccio;
      - Una maglione sintetico Quechua verde militare.
  «Finito», [sempre tradotto, da adesso però non la scrivo più, ‘sta cosa della traduzione, che poi appesantisce il racconto, eh].
  «Maddai Tarlo, non è possibile, guardiamo bene. Ecco, cosa sono questi?»
  «Guanti».
 «Appunto».
  «Senza dita».
  «Beh, fa grunge».
  «Blasfemo!», urla Kurt Cobain, «Non hai la camicia rossa a scacchi neri!»
  «Come fare?», grido gettandomi sul letto e battendo forte i pugni sul materasso.
  «Su su, non fare così», mi consola Tarlo. «Una soluzione c’è».

  Nell’esistenza di ogni giovane capita, almeno una volta nella vita, di sentire la propria madre proferire queste parole: Aho, sembri un drogato così vestito, pure mezzo barbone, quando esco con te quasi mi vergogno, co’ tutti ‘sti stracci bucati. C’hai trent’anni ormai, okay a diciotto, a venti, ma a trenta… cresci cazzo.
  A quel punto tu, giovane disadattato, ti fai un po’ piccolo, sbuffi e sfoderi il tuo miglior sorriso, per evitare il
TERRIBILE SHOPPING POSTNATALIZIO
  Il TERRIBILE SHOPPING POSTNATALIZIO colpisce tutti, ma proprio tutti. Ogni cosa è calcolata, fior fiore di psicologi del marketing ci hanno studiato su, è tutta ‘na roba di concentrazione, giusta pubblicità e marketing da multinazionale. Sono le réclame piazzate senza sosta sui giornali, i grandi cartelloni poco sopra i nostri occhi, la spazzatura che passano in televisione, il ticchettio delle scarpe sui marciapiedi… ma soprattutto, sopra ogni cosa, è il periodo dei saldi.
  Noooo!
  Ebbene sì.
  Noooo!
  Eddai.
Telefono a mamma Viola.
  «Madre, buongiorno… sì, anche io… no, come al solito… certo, okay. Pere sì… e anche mele. No, mica per questo… eh… maddai! Cristo lasciami parlare!»
  -Per inciso, le litigate in famiglia le capiscono solo i familiari-
  «I saldi… è giunta l’ora… già, solo una felpa… dove? Ma no… o lì o niente? Io quel posto cioè, mica lo tollero… anche papà? Sarà felice… evabbè… dai, tra poco… ciao».
  «Bravo Elia, bravo…», mi dice Tarlo. «Ora vai e stendili…»

FASE UNO: IL TRAFFICO
  L’automobile è stretta, piccola, vecchia. Dentro ci siamo: io (alla guida), mia madre (vicino a me), mio padre (dietro, che bestemmia).  Controllo lo specchietto, mi immergo. Il traffico è immenso, gigante e senza fine. File e file di macchine rimangono incastrate contorcendosi tra loro; la puzza è ovunque, letale e cancerogena. Dall’asfalto s’innalza un fumo denso di morte.
  Borbotto. Urlo un paio di parolacce.
  «Un ciclista come te», mi dice Ganesh, «ridotto a questo!»
Non rispondo, stringo solo il volante.
  Odio il Tarlo.
Guardo mia madre, sorride e abbassa gli occhi.
  Stiamo uscendo da Roma per andare in uno di questi outlet dove costa tutto poco. È tipo un villaggio del consumismo e per la mia famiglia, comunista al punto giusto, non c’è smacco morale peggiore.
  «Gira qua gira qua!», urla mio padre improvvisamente attento.
  «Ma che sei pazzo!»
  «È una scorciatoia!»
Mi volto verso Viola cercando aiuto. «Ascolta tuo padre, lui sa sempre cosa fare».
  Inchiodo e giro.
Due uccellini cantano. Una folata di vento ci fa quasi volare. La strada è deserta, da fine del mondo.
  «Babbo, avevi ragione…», cinguetto già sospettoso.

FASE DUE: IL PARCHEGGIO
  Il traffico ci ha di nuovo inghiottiti. Siamo bloccati tra tre SUV e due Smart, in mezzo ad una fila di acciaio quasi interminabile. Andiamo a passo di lumaca.
  «Io non capisco», dice Lumaca, «perché dovete sempre prendere me come esempio negativo. Non è che il bradipo va tanto veloce eh… o che ne so, il verme o la… la tartaruga ecco. Io mi godo la vita, ecchecazzo. Rispetto per le lumache».
  Mio padre si scaglia contro i ricchi e la borghesia in generale, con chi ha le macchine grosse e chi ha quelle piccole che costano come quelle grosse. Sputa contro ‘sti stronzetti con la Porche che cercano di fare i furbi, mi obbliga a mettermi di traverso, tra una Mercedes e un’utilitaria da quattro soldi. Ogni tanto urla «Sporco capitalista!» a chi gli capita sotto tiro.
  Vorrei solo scappare. Le uscite con i miei (in macchina) sono una roba assurda, una cosa tipo:
  «Vai di qua!»
  «Piano!»
  «Scala la marcia!»
  «Metti la quarta!»
  «Non correre, ci ammazzerai tutti!»
Io cerco di far finta di niente, come mi ha spiegato il mio amico Simone, applica lo yoga antistress-metropolitano, insegnato nelle montagne indiane, sui picchi innevati, agli automobilisti più nervosi. Prendi un bel respiro. Bene. E ora…
Ommmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm
  «Eccolo!», urla mamma indicando un posto mezzo vuoto e interrompendo la mia meditazione.
  Sterzo, spalanco gli occhi -sangue- giro e ci sono.
Cazzo.
  «Che è?», mi chiede Ganesh.
  «Non c’entro».
  «Signora», faccio alla tipa che sta occupando un parcheggio e mezzo, «guardi, se la mette un pochetto più a sinistra entriamo in due…»
La donna mi fulmina con occhi di fuoco. «AH!», urla (e già mi spavento), «AVETE ROTTO! HO UNA BAMBINA IO, UNA PICCOLA DI QUATTRO MESI! COME ESCO, ME LO SPIEGA? COME-ESCO!?! IONONCELAFACCIOPIU’!»
  «Scappa Elia, questa ci uccide», mi suggerisce Ganesh.
  «Non posso, sono bloccato nel traffico».
È troppo tardi, dall’automobile sbuca un energumeno di due metri e mezzo pieno zeppo di muscoli gonfiati e tatuaggi improbabili (tra cui il ritratto di un bambino, il ritratto di un cane, il ritratto di un alieno; ne ha anche uno sul collo con scritto “Bucio de culo”).
  «Oh oh», dice papà.
  «Famiglia, che faccio?»
  «Dialettica vorrebbe che tu scendessi a parlare Elia, ma forse sarebbe meglio fuggire, prima che l’uomo si scagli su di te».
  «Se solo avessi gli occhiali!», dico pensando che quelli con gli occhiali uno mica li mena.
Poi un calore, un fuoco improvviso.
  «Si sta trasformando!», geme Ganesh guardando mia madre.
  «Viola, fermati subito!»
Ma come può una donna come lei fermarsi? È una di borgata, cresciuta alla Magliana, una vita a fare i picchetti antisfratto e a lanciare bottiglie incendiarie contro le guardie, una dura eh, mica cazzi. Quindi eccola, lo spirito comunista che prende il sopravvento. Ammirate Donna Viola come esce dalla macchina fieramente di seconda mano e si avventa sull’uomo pieno di muscoli.
  «Blocchiamola presto!», dice papà sbucando davanti.
  «Incivile!»
  «Educazione!»
  «Macchina dimmerda!»
  «Bella la tua!»
Sono solo alcune delle parole che sento. Poi l’uomo si avventa su di me. Sono morto.
  «Dì che non la conosci!»
  «Zitto Ganesh, è mia madre!»
  «Ha scelto il suo destino. Staccati dal cordone ombelicale, fallo adesso!»
  Per un attimo mi vedo, legato da questa corda di carne, a Viola… il pianto, il mondo osservato per la prima volta, il viso del dottore, dolci passerotti che volano nell’aria, il Criceto, l’esperimento alieno andato a buon fine, l’immacolata concezione, gli omini verdi travestiti da medici…
  «Ehi tu!»
Faccio finta di niente.
  «Ehi dico a te!»
Mi volto, mi indico, «Io?»
  «Sì, tu. È tua madre quella?»
  «Eh. Più o meno sì…»
  «Cazzo c’ha due palle così! Una grande! Davvero… ‘spetta che dico a mia moglie di spostare la macchina, così ci stiamo in due». Bucio de culo si allontana trotterellando, felice & contento, mentre Viola rientra in macchina.

FASE TRE: IL CENTRO COMMERCIALE
  Il centro commerciale si erge come un villaggio turistico per ricchi, uno di quegli agglomerati extraurbani contornati da spesse mura di cemento e fil di ferro, pieno zeppo di telecamere e di guardiani in divise rosa. Uno di quei posti da terzo mondo dove la gente con i soldi vive al di fuori della realtà.
  Le fauci ci inghiottono in un secondo, scardinando nella famiglia intera il concetto stesso di uguaglianza. Ci osservano in mille; bambini pancioni con gelato alla mano; uomini di mezza età obesi; bei ragazzi con occhiali da sole nonostante il brutto tempo; donne siliconate in minigonna e jeans aderenti, le labbra gonfie, carnose, immobili; casalinghe frustrate piene di pacchi pacchetti pacchettini; cani rognosi; peluche giganti; commesse bellissime incartate sull’uscio della porta, il rossetto tinto e il naso incipriato; signori in giacca e cravatta, lo sguardo di chi ce l’ha fatta; hipster con il pantaloncino poco sopra la caviglia e il capello mezzo rasato; tredicenni in uscita forzata; bengalesi che fanno lo struscio e mocciosi ancora da svezzare. Ci guardano tutti, i nuovi arrivati, e ammiccano stridono urlano.
  «Una grande famiglia», canticchio già in trance.
  «Siamo tutti amici», dice una nonnina stringendo la mano ad una ragazza di quindici anni.
Un rapido stacco musicale con tutti che ballano in cerchio.
  «Prego, di qua…», ci invoglia una signorina davanti al grande negozio di pantaloni paghi due prendi uno.
  «Entriamo», mi dice Ganesh, «guarda che bel sorriso che ha…»
È un’ipnosi collettiva, file di manichini si susseguono da una vetrina all’altra, indicando il prodotto più riuscito, quello cucito meglio, il più elaborato. “MADE IN ITALY”, gemono le insegne scalfite.
  Odore di vaniglia sprizzato nell’aria.
Nel tempio del consumo ci perdiamo anche noi, seguendo ordinati la fila indiana perfetta, le indicazioni che tutto possono, il neon prepotente sparato in faccia.
  La musica è ovunque, è nelle casse, sopra le nostre teste, in cima alle scale mobili, sulle rampe, fin dentro il cervello. La pubblicità invoglia, tra un pezzo e l’altro, a comprare il maglione migliore, quello cucito in Cina ma fabbricato in Italia, il piumino d’oca, la maglietta da trecento euro.
  Il concetto stesso di tempo viene annullato, non c’è un orologio in tutto il centro. «Sei a casa», recita la voce registrata, «non sprecare tempo, approfitta dei saldi».
  Ogni cosa è lucida, perfetta, levigata.
Dal negozio Calvin Klein la fila appare interminabile, schiere di ragazzi sono bloccati, uno davanti all’altro, nell’attesa. Mio padre li guarda, un po’ sconfitto un po’ disperato.
  Una ragazza mi sorride. «Abbiamo tutto quel che vuoi», sussurra, «scarpe con doppia suola, magliette impermeabili, pantaloni refrigeranti, calzini profumati, maglioni autostiranti, camicie splendenti. Sono qui per te, Cliente, ogni tuo desiderio è un ordine. Provami, provaci. Entra e vedrai…»
  Sono circondato.
  «Pantaloni», biascico. «Ho bisogno di pantaloni».
  «Vieni figliolo», mi trascina via Viola.
Papà ci segue lobotomizzato.
È un incubo. Siamo finiti in un incubo.
  «Dobbiamo resistere», dicono i miei. «E’ una sfida contro il consumismo».
Ma abbiamo già perso e lo sappiamo tutti e tre.
  «Quello», annuisce mamma, «mi sembra più vuoto degli altri. Entriamo».
Siamo dentro.
Divani ovunque.
Persone sedute.
Persone in piedi.
Persone perse.
  Un bimbo piange, la madre è scomparsa, risucchiata dal camerino. È una bocca, il camerino. «Vieni a me!», dice, «VIENI A ME!»
  «Elia presto!», mi strattona Ganesh, «Guarda quei pantaloni là! Sono i tuoi!»
I miei.
  Corro verso i jeans alla velocità della luce, ci sono…
I miei.
  Perso.
  Li. voglio.
Un uomo li afferra.
Faccio lo stesso.
  «Non mollare umano, vedrai, il malvagio cederà!»
  «Giammai Ganesh, sono miei!»
Tiro.
  «Li ho visti prima io!»
  «Non credo proprio, li guardavo da ore…»
L’uomo è forte, il viso diventa rosso, paonazzo. Non cederò mai, sono giovane io, me li merito cazzo.
  «Bravo Elia, bravo! Sicuro questo è un direttore di banca, lo vedi com’è vestito sì? Uno squalo, ecco cos’è. Se cedi i pantaloni sarà la fine. Oggi i jeans, domani il mondo», dice Ganesh.
IO ------------------------------ L’UOMO
  «Non mollare! Ti hanno sfruttato per anni e ora vogliono approfittarne dei saldi! Sono i ricchi! I ricchi come sono?»
  «Pulciari!»
  «Ebbravo Elia, per questo vengono a fare la spesa qui! Innalzati al di sopra della massa, erigiti a nuovo paladino della giustizia! Su, spingi!»
Tiro più forte, guardo l’uomo negli occhi. Quanti anni avrà? Lo vedo, per un attimo, curvo davanti alla televisione, bloccato sul divano, il figlio che gioca al videogioco e la moglie che stira, i piedi puzzolenti spaparanzati sul tappeto, bloccato per sempre in una storia un tempo sua. Lo immagino domandarsi “Chi sono?”. Chiedersi tra un intervallo e un altro, “Come sono arrivato qui?” e poi spegnersi, nell’attesa che l’arbitro fischi il calcio di inizio.
  Cedo.
L’uomo ride. «Coglione», dice correndo dalla moglie bellissima. «Sono un direttore di banca io, mica uno sfigato come te… ah ah».
  «Te li sei fatti scappare, prova questi altri», mi consiglia mia mamma.
  Fila ovunque.
  C’è addirittura la fila per lo spogliatoio. Rimango ore fermo, ad osservare il vuoto, guardando la bocca che tutto mangia. Poi, finalmente, è il mio turno. Schiere di angeli intonano l’alleluia, vorrei essere uno di loro.
  «Ma tu puoi», mi dice San Pietro. «Basta volerlo».
  «Non ora amico, devo provare ‘sti pantaloni».
Entro. Il caldo mi uccide, mi spoglio, indosso i pantaloni, da fuori sbattono alla porta una due tre volte. Quasi la sfondano. Bussano. Urlano.
  «Un attimo», dico.
  «Sono ore che aspettiamo!»
Cerco di far più veloce possibile, inciampo più volte.
  «Presto Elia, fai in fretta, ci uccideranno! Hai presente ‘Gli uccisori’, tipo quello… rischiamo la vita qui dentro…»
  Non lo ascolto, il Dio malefico che mi rimprovera sempre.
  Fai finta di niente.
  Bene, ti stanno.
Esco di corsa e mi metto in coda, questa volta per pagare.
  All’aperto quasi urlo.
  «È l’una. Mangiamo qualcosa».
Il bar ha così tante persone da riempire un transatlantico. Stipati su tavolini 2x1 gli uomini si pigiano minacciosi.
  Faccio l’ennesima fila.
  Odio le file.
Compare un uomo dietro di me. «Vorrei un panino con la cotoletta!», urla.
  «C’è la fila», dice il cameriere.
  «Si metta in coda», gli fanno eco in molti.
L’uomo bofonchia qualcosa. Poi ci riprova. Lo guardo male.
  «STRONZITESTEDICAZZO!», grida improvvisamente, «IO L’AVEVO DETTO A MIA MOGLIE DI NON PORTARMI IN QUESTO POSTO DI MERDA! L’AVEVO DETTO CRISTO! MA ADESSO MI SENTE EH… E VOI… OH, MA CHE VI GUARDATE!? SIETE TUTTI DEGLI SCHIFOSI! TUTTI! SOPRATTUTTO QUELLI CHE LAVORANO IN QUESTO BAR! MI-FATE-SCHIFO! PUZZA CAZZO, ‘STO BAR DI FETENTI!»
Poi si sente male, ha un attacco di cuore o qualcosa del genere. Di corsa arrivano delle infermiere bellissime tipo serie televisiva con tutine bianche aderenti che mettono in evidenza tutte le forme. «Per servirvi!», cantano. «Il cliente ha sempre ragione. E la prossima volta che visiterà il nostro centro commerciale per lei, in omaggio, una confezione da due di patatine fritte e maionese!»
  Mi volto e ordino un panino vegetariano, per mio padre una carbonara scotta e per mia mamma un’insalata non condita.
  
  Dopo tre ore e quarantasei minuti scappiamo dal centro commerciale, mi giro un’ultima volta ad osservare il Covo del Male, dove continuano ad entrare famiglie su famiglie, come il miglior girone infernale. Dante fa ciao ciao con la manina.
  Mi asciugo il sudore.
  I miei camminano piano, quasi immobili, inebetiti da tanto chiasso.
  «Ah!», dice Ganesh, «I sani principi di una volta, dove andremo a finire? Oh mondo crudele, generazioni perdute a causa di questo consumismo becero, senza possibilità di rivalsa! E da oggi anche tu ne fai parte, giovane Mangiaboschi. Sei colpevole quanto loro…»
  Guardo i miei pacchi, un paio di pantaloni e una felpa, Tarlo sarà contento.

FASE QUATTRO: A CASA
  «Però, che figurino», mi dico guardandomi allo specchio.
Tarlo annuisce.
  «Che dici? Come sto?»
Continua ad annuire. Io ‘sti tarli non li capisco proprio, che poi cosa mangiano, il legno o i vestiti?
  «Oh, Tarlo, cosa mangiate voialtri?»
Annuisce. Non capisce un cazzo; mannaggia, Ganesh quando serve non c’è mai.
  Comunque, i pantaloni mi stanno una bomba e anche il felpone due misure più largo mi dona non poco. In fin dei conti sì, sono contento, pure che ho ammazzato i miei alla fine ora per dieci anni sto apposto, con i vestiti dico. Quasi quasi c’ho da festeggiare.
  Anche se però mica mi fido a lasciare le cose nuove nell’armadio con Tarlo. Ma che si mangerà poi?
  «Eddai Ganesh, chiediglielo te, che poi secondo me c’ha una crisi ‘sto tarlo, ché continua ad annuire».
  «Huff, va bene…», sbadiglia Ganesh.
  «Ma che, dormivi?»
  «Ti pare che un dio dorme, mica ne ho bisogno io… comunque, traduco». Ganesh si concentra, poi dice, in cinese, «Che mangiate voi tarli?»
Tarlo si fa serio e smette di annuire, mi guarda severo, «Il Mangiaboschi non si fida di me? Io, che ho protetto il suo armadio dalle peggiori insidie? È così che ricambia il mio amore?»
  «Eh…», annuisce Ganesh, «malfidato».
  «E così sia. Appartengo alla nobile famiglia dei Lictidi, sono un insetto xilofago. Da sempre, da generazioni, dalla notte dei tempi, ben prima della sua nascita, noi coleotteri viviamo nei manufatti lignei nutrendoci di polimeri compressi. Legno! Cellulosa! Emicellulose! Osservi il suo armadio, vedrà le possenti gallerie che, con meticolosa cura, ho creato. Un labirinto di cunicoli dove solo io, unico e raro, posso zampettare. Mai mangerei i suoi inutili vestiti!»
Rimango basito. «Scusa Tarlo, non volevo mancarti di rispetto».
Ma Tarlo alza la testa e si volta.
Ganesh mi guarda male.
  «Come fare?»
  «Fidati! L’amore vince sempre sull’odio!»
Prendo i miei nuovi vestiti, apro l’armadio e li poso sopra gli altri. «Ecco Tarlo. Mi fido di te», dico solenne.
  Ché in fondo l’armadio è vecchio, prima o poi dovrò pur buttarlo.
Tarlo mi sorride ed entra.

FASE CINQUE: NELL’ARMADIO
  Coperto dalle tenebre, completamente al buio, Tarlo ridacchia maligno. Poi scava senza sosta nuove gallerie. Entra, esce, morde, s’impegna.  «Figli miei»¸ sussurra. «Figli miei».
Dal nero più assoluto mille occhi spuntano improvvisi. Piccole ali si spiegano, i corpi marroni, scuri, sporchi. Decine di antenne si muovono all’unisono. Dai cunicoli e dalle arterie gli insetti stridono le piccole mandibole
  «L’imbroglio», dice Tarlo innalzandosi sopra le masse, «è stato compiuto. L’umano ha abboccato».
  Urla di acclamazione.
  «Il cibo è pronto!»
Tarlo guarda i suoi figli adottivi, le fameliche tarme, avventarsi sui vestiti nuovi, pronte a sgranocchiare fino all’ultimo filo di stoffa.